Chiamati tradizionalmente trappiti (dal latino trappetum), i frantoi ipogei salentini hanno origini antichissime.

Vennero scavati nella roccia sin dal IX secolo, quando il contatto con la cultura bizantina modificò profondamente l’economia del territorio pugliese, passando dalla coltivazione del grano a quella dell’ulivo e della produzione e commercializzazione dell’olio.

I frantoi ipogei furono scavati fino alla metà del Settecento e utilizzati ancora fino alla metà del XX secolo, quando si passò alla costruzione di frantoi epigei, più funzionali.

La ragione che spiega la scelta di lavorare in un opificio sotterraneo, oltre al basso costo necessario per edificarlo, era la possibilità di conservare il prodotto in modo ottimale, in un ambiente dalla temperatura costante.

Al trappito, posto tra i due e i cinque metri sotto il livello della strada, si accedeva mediante una scala, che immetteva direttamente nel vano destinato alla molitura (dotato quindi di vasca e pietra molare).

Altri vani erano utilizzati come stalla, cucina e dormitorio degli operai.

La luce era assicurata da lucerne; quella naturale passava, insieme con l’aria, da un unico (o al massimo due) foro al centro della volta del vano principale.

Testimoni di consuetudini lontane nel tempo ma che si tramandano ancora oggi in molte aziende agricole del territorio, i frantoi ipogei sono parte integrante dell’architettura rurale salentina e raccontano di un paesaggio agrario tra i più antichi del mediterraneo.